Arti visive in Sardegna nel Terzo millennio

Enrico Corte
Burning Bridges, 1990. Photo of the artist while crossing the Mediterranean sea on a ship leaving his hometown for good. Photo by the driver of the truck carrying the artist's furniture and art works. Silver gelatine print. 65,3 x 100 cm.

Intervista di Roberta Vanali per il libro

XXI - Arti visive in Sardegna nel Terzo millennio

Giugno 2021

Mi parli della tua formazione e degli artisti di riferimento?

Di certo il lavoro di tropp* artist* mi ha perseguitato negli anni; impossibile elencarne tutti i nomi. «Se vuoi sfuggire a quello che ti tormenta, non devi essere altrove; devi essere un altro» (Seneca, Epistole).

Cosa c’è di autobiografico nella tua ricerca espressiva?

«In arte, vede, non esiste la prima persona» (Oscar Wilde a André Gide durante il loro ultimo incontro a Berneval).

Qual è il tuo repertorio iconografico?

Quello che scoprirò domani.

Pittura, scultura, installazione, video, fotografia, graphic design e collage. Quale linguaggio ti è più congeniale?

Cfr. la risposta precedente. Inoltre: l’arte non è linguaggio, è mistero.

Il paradosso visivo è alla base del tuo lavoro, sei d’accordo?

Il paradosso è aver vissuto tutti questi anni praticando un’arte autodistruttiva come la mia.

Cosa ne pensi del trasferimento della Collezione Ugo nella passeggiata coperta del Bastione dopo la lotta affrontata con Andrea Nurcis perché questo tesoro trovasse una collocazione permanente?

Ugo è stata la prima persona a credere pienamente in noi permettendoci di esporre istituzionalmente il nostro lavoro. Io sono l’artista più giovane a cui un* direttor* di museo italiano abbia mai organizzato una mostra antologica. Col tempo era stato dimenticato; l’abbiamo aiutato ad avere un riconoscimento per i suoi meriti come direttore/creatore di un’importante collezione. È paradossale che dovessimo farlo noi, lontani dalla Sardegna da anni. Se la popolazione non sa eleggere amministratori in grado di tutelare tale bene, vuol dire che non se lo meritano. Climatizzazione e schermi anti raggi UV sono il minimo che ci si possa aspettare da un locale adibito a mostre permanenti.

Una tua analisi sul panorama artistico sardo.

Ricordo il panorama che vedevo dalla nave il giorno della mia partenza definitiva, 30 anni fa. Andrea mi aspettava a Roma e effettuava gli ultimi restauri della nostra nuova casa-studio. Non c’era un cane a salutarmi sul molo del porto; proprio nessuno venne a dirmi “in bocca al lupo” pur sapendo che non sarei mai tornato. Non gli amici critici o artisti, compagni di tante battaglie, che per anni avevo sentito disquisire di ambiziosi progetti durante nottate in trattorie e pub. Gli anni Ottanta sono stati un periodo straordinario ma la loro movida creativa si era dissolta. Dalla nave vedevo la panoramica del centro città rimpicciolire nel crepuscolo d’inverno, opacizzata dalla foschia marina mentre mi allontanavo su un mare che prometteva turbolenze: una visione che sfumava nel nulla da cui, per ciò che riguarda la mia vita, non sarebbe più riemersa. In quel momento l’unica compagnia delle mie meditazioni era l’autista del camion che giù nella stiva conteneva tutte le mie opere. Insieme cenammo al ristorante del traghetto e poi ci recammo a dormire in cabina. Era un tipo più o meno della mia età e all’inizio mi era sembrato una persona scipita e banale ma poi, complice qualche bicchiere di vino bevuto a cena, in cabina tra una chiacchiera e l’altra piano piano mi ha mostrato… un lato nascosto della sua persona. E così abbiamo passato assieme una nottata interessante su quella tratta di mar Tirreno, aggiungendo turbolenza a turbolenza; vedi che alla fine, malgrado tutto, non conservo brutti ricordi di quell’addio alla mia terra d’origine?

Dal momento che il concetto di radici mi sembra un controsenso o un handicap, e il cordone ombelicale con la Madre terra si è reciso da tempo, non conosco a fondo il panorama sardo di oggi. Mi sembra che ciclicamente vi riaffiori il fattore identitario, cioè la rielaborazione in chiave “contemporary” delle tradizioni popolari. Ci sono personalità brillanti ma per me la panoramica rimane quella che ti ho descritto nel mio ricordo: né attraente né repellente, piuttosto di reciproca indifferenza. E non migliora il mio umore l’essere stato incluso in mostre disastrose come Generazioni glocal o La costante resistenziale.

La pandemia ha influito sul tuo lavoro?

Ho costruito il mio studio di registrazione musicale, il Luciferin Studio, all’interno del mio studio da artista. Durante il lockdown ero in paradiso tra uno studio e l’altro.

 A cosa lavori in questo momento e quali sono i progetti futuri?

Il progetto più paradossale sarebbe… boh? Sposarmi?

Enrico Corte

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