The Yellow Flag Project

Enrico Corte

Paolo Sanzi in conversazione con Enrico Corte a Radio Città Futura

The Yellow Flag Project

Roma, luglio 2000

PS – C’è uno dei tuoi progetti artistici che ho sempre trovato affascinante, ma che ancora non riesco a comprendere nella sua completezza. Si tratta del cosiddetto Progetto della Bandierina Gialla, che credo inizi nel 1980, quando eri solo un ragazzo, e che continua ancora oggi. È qualcosa che riguarda gli studi in cui hai lavorato negli anni, ma ruota anche attorno al concetto di spostamento, di continuità nel movimento e nel cambiamento. Come è nata quest’idea?

Enrico Corte – Sì, è un progetto che nasce nel 1980, quasi per caso. Continua ancor oggi perché dopotutto non richiede grande sforzo o spesa economica. Nel 1980 avevo 16, 17 anni, ed ebbi l’occasione di occupare uno spazio in periferia in cui farci il mio studio. Questo studio, completamente da “inventare”, cioè da ristrutturare e arredare, era attiguo a locali dov’era collocato il macello di Cagliari. Una postazione un po’ macabra e certamente non chic, eppure quella zona tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 divenne uno pseudo-Meatpack district newyorkese, con l’apertura di nuovi locali, pub alternativi, posti per suonare, e addirittura gallerie d’arte aperte alla pura sperimentazione. Nessun artista era interessato allo “chic” in quegli anni, comunque; si cercavano soprattutto grandi spazi. Quella era una frangia di periferia molto pittoresca e a tratti anche pericolosa, bazzicata dalle prostitute che battevano sotto i cavalcavia, contrabbandieri, operai della macellazione e da artisti e musicisti, a cui andava bene così. Erano anni di grande fermento in cui in città aprivano diversi spazi per l’arte come la galleria Spazio Industriale e la Borderline, che si trovavano in quella stessa area industriale, o anche la galleria Photo 13, dedicata specificamente alla fotografia o all’arte concettuale, che però si trovava altrove, in via Spano, lungo la cinta muraria di Castello. Insomma, nonostante l’ambiente di provincia, si era sviluppata una una situazione con molti aspetti interessanti, e io andai a mettermici proprio in mezzo con uno studio tutto per me.

PS – Da come lo descrivi sembra proprio un “mondo a parte” pieno di fermenti, tutto da esplorare.

EC – Sai, l’intera situazione non era poi molto diversa da ciò che in quegli anni accadeva in altre parti del mondo: a New York c’era appunto il Meatpacking district in cui, come anche nell’East Village, si stavano trasferendo parecchi artisti giovani in cerca di ampi spazi a poco prezzo; a Londra potevi trovare i Throbbing Gristle che inventavano, guarda caso, il concetto di “musica industriale” proprio in un quartiere assai simile al macello di Cagliari, e in cui era installato il loro studio di registrazione e sala prove in Martello street, nel sobborgo di Hackney, che in quegli anni era ben lontano da ciò che è diventato oggi… le informazioni tra i luoghi viaggiavano già alla velocità del vento, visto il rapporto da sempre privilegiato che lega i giovani di Cagliari con Londra. A quel tempo si era tutti collegati, anche senza internet; e vi era un rapporto tra arte, musica e altri mezzi espressivi senza soluzione di continuità. Infatti nel 1980 mi feci fotografare su uno dei cavalcavia col mio studio sullo sfondo, e sul giaccone che indossavo avevo appuntato un badge di un album dei tedeschi La Düsseldorf.

Enrico Corte
In the background, the artist's first studio with its yellow flag. Cagliari, 1980.

PS – Eh sì, si può dire che esisteva una “rete” ben prima della Rete.

EC – Infatti, esisteva una rete fatta di viaggi, incontri, lettere, telefonate, radio private, riviste, cataloghi, fanzine, audiocassette, vhs, cineclub e negozi di dischi che erano anche punti di riferimento culturale, spazi alternativi per l’arte, per la musica, per il teatro, e una grande volontà non di “navigare” ma di muoversi per conoscere. Le connessioni non mancavano, ed erano connessioni nella vita reale, produttive, fertili. Non ne faccio una questione di nostalgia, ovviamente; voglio solo dire che le idee e le informazioni viaggiavano veloci, gli interscambi avvenivano e le le cose si producevano senza problemi anche vent’anni fa. 

PS – Ma cos’era questa bandierina gialla?

EC – Successe che mi ritrovai a lavorare in questo nuovo studio in cui mi trovavo piuttosto bene, tranne che per un aspetto: non c’era alcun elemento, alcun segno, che dall’esterno potesse indicare, ai visitatori ma anche alla gente comune di passaggio, che in quel luogo si producesse dell’arte, che vi lavorasse un artista. L’esterno era anonimo, sperduto nel contesto della periferia industriale o di lavorazione delle carni, in forte contrasto con l’impronta personale su cui avevo cercato di modellare, di trasformare gli spazi all’interno. A un certo punto pensavo di collocare una lampadina all’esterno che emanasse una forte luce colorata, per esempio rossa o gialla, così da indicare alla gente che lì c’era la presenza di qualcosa di strano, che lì lavorasse un artista; questa idea venne scartata per via del presumibile aumento della bolletta elettrica; puoi immaginare che da ragazzo non avessi molti soldi da investire in dettagli dopotutto così superflui. Poi un giorno, per puro caso, notai che sul terrazzo dell’edificio in cui avevo lo studio era collocata un’asta molto lunga. Non so a cosa servisse in origine: poteva sembrare un parafulmine, ma in realtà non ho mai capito se ciò fosse lo scopo reale. Mi venne l’idea di utilizzare quell’asta per metterci una bandiera, in modo da creare un segnale visivo e in movimento che potesse richiamare l’attenzione da lontano, anche dalla rete dei cavalcavia che circondavano l’area, e indicare la presenza del mio studio. Avevo questa idea delle frotte di critici, galleristi e collezionisti che arrivavano in zona in auto tramite i cavalcavia chiedendosi: “ma dove siamo capitati??”, e poi, vedendo da lontano l’asta con la bandiera: “ah, ma certo, l’artista non può stare che lì!”. Avevo un’immaginazione molto fervida, evidentemente. Comunque comprai una bandierina gialla in tessuto sintetico in un negozio di nautica, una piccola bandiera che aveva in origine uno scopo di segnalazione costiera, o per barche, o roba del genere, e la “issai” sull’asta. In effetti quella bandiera gialla in cima a una lunga asta sul terrazzo di un edificio industriale in periferia era molto carina a vedersi: un segno di colore forte e vibrante al vento, e anche se nessun gallerista importante fu mai attirato da qual segnale, gli amici che venivano a trovarmi potevano identificare meglio il mio studio. L’asta con la bandiera si può vedere anche nella foto di me sul cavalcavia col badge La Düsseldorf di cui ti ho detto prima. Quello fu l’inizio del progetto chiamato Bandierina Gialla.     

PS – Perché di fatto ci sono stati degli sviluppi di questa idea…

EC – Rimasi in quel primo studio in zona macello circa un anno e mezzo. Ci lavoravo molto bene ma i proprietari decisero di farmi sloggiare. Nel 1981 trovai quindi un altro studio più centrale: un piccolo edificio a due piani al numero 14 di viale S. Avendrace, molto vicino all’abitazione di Andrea Nurcis; parte delle opere che confluirono nella nostra installazione a quattro mani Rarità Botaniche sono state create lì.

PS – Portasti l’idea della bandiera gialla anche lì, quindi?

EC – Credo che oggi l’edificio sia stato completamente ristrutturato, ma all’epoca era una vecchia casupola col tetto a tegole con una sua certa dignitosa eleganza spartana, ma del tutto anonima. Per stemperare quest’anonimato posi sul tetto una piccola asta con una bandierina gialla. Fu così che si instaurò una continuità di quest’elemento colorato, una sorta di affezione: un’abitudine visiva che divenne coabitazione, che divenne installazione e progetto artistico complesso trasferendosi di volta in volta nei nuovi studi in cui ho lavorato negli anni. Di questo studio con la bandierina gialla in S. Avendrace rimane solo una sbiadita foto dell’epoca, che oggi sembra un’immagine del far west.

Enrico Corte
The artist's second studio, Cagliari, 1981.

PS – Quanto rimanesti in quello studio?

EC – Ci rimasi per circa un altro anno e mezzo. Poi finalmente nel 1983, a vent’anni, mi trasferii in uno studio non in affitto, ma di mia proprietà: un appartamento degli anni ‘30 in via Donizetti, nel quartiere di S. Benedetto, quindi in pieno centro. Qui vi lavorai per sette anni, fino al 1990, anno in cui abbandonai Cagliari per trasferirmi a Roma.

PS – E anche in questo terzo studio portasti l’idea della bandiera gialla.

EC – Certo. Ormai era diventata una consuetudine. Anzi, in via Donizetti c’erano due bandierine: una posta sulla finestra che dava sul lato strada, e una sul muro che circondava il giardinetto che avevo sul retro. Da qualsiasi lato tu ti avvicinassi allo studio, sapevi dove trovarmi grazie a questo persistente segnale. C’è una foto di me mentre lavoro a una scultura, credo nel 1988, in cui dalla finestra della stanza si vede un angolo del giardino con la bandierina; purtroppo la foto è in bianco e nero quindi il giallo della bandiera si perde. C’è anche una foto a colori della finestra sulla facciata del palazzo, con la bandierina che è in effetti l’unica nota un po’ allegra di tutto l’insieme. A questo serviva, dopo tutto: a rallegrare un minimo lo squallore urbano o suburbano.

Enrico Corte
The artist in his third studio, Cagliari, 1983.

PS – Nel 1990 lasciasti anche lo studio di via Donizetti, per trasferirti nella Capitale. E che successe alla bandierina?

EC – A Roma non mi ci sono trasferito definitivamente nel 1990, ma in quell’anno inizia una frequentazione assidua e la ricerca di una casa-studio da acquistare. Avevo già fatto alcune mostre a Roma, e d’altra parte la città la frequentavo dal 1982 per cui c’era già un rapporto di grande confidenza con la città. Nel 1990 dovetti innanzitutto affrontare un problema di un alloggio in cui stare temporaneamente durante la ricerca della casa da comprare. Tra il momento in cui iniziai la ricerca di una casa-studio, il momento in cui ho trovato e acquistato una vecchia costruzione semidiroccata ampia a sufficienza per i miei bisogni, e infine il momento in cui ho finito di restaurarla sono passati quasi due anni. In quest’arco di tempo di alloggi provvisori ne ho cambiati parecchi; non in tutti fu possibile “ritagliare” uno spazio per lavorarci. Diciamo che nei due anni circa in cui ho vissuto a Roma in attesa di prendere possesso a tutti gli effetti della nuova casa, ho utilizzato almeno due spazi temporanei in cui potevo alloggiare e lavorare. Il primo era una costruzione parzialmente in rovina, di proprietà di un collezionista che mi permise di alloggiarci gratis in cambio delle opere che sarei riuscito a farci. Si trovava in zona Mandrione, in un contesto molto bello perché tutt’attorno c’era un grande parco silenzioso e solitario; la casa in sé era una specie di assemblaggio di blocchi abitativi costruiti in momenti diversi su una piccola collina, e restati per tanti anni in stato di abbandono fino al crollo parziale di alcune strutture murarie; all’interno era comunque possibile ricavare una serie di stanze abitabili e in buono stato. In questo stranissimo luogo in cui secondo me c’era anche qualcosa di simile a un fantasma ho abitato e lavorato, a intervalli, per quasi un anno, tranquillo e indisturbato, mentre seguivo i lavori di restauro della mia casa-studio appena acquistata. Anche Andrea Nurcis vi lavorava, perché effettivamente gli spazi interni erano grandi.

PS – E anche lì hai innalzato la bandiera gialla…

EC – Certo, c’era la bandierina gialla che sventolava su un lato della casa, visibile a distanza, su quella specie di collinetta pseudo-bucolica in zona Mandrione. Adesso non esiste più quella situazione, su tutta quell’area è sorto un grappolo di villette moderne molto confortevoli e molto prosaiche.

Enrico Corte
The artist's fourth studio, Rome, 1990.

PS – Cosa è successo dopo che andasti via da lì?

EC – Dopo un po’ ho trovato un altro alloggio temporaneo in zona Torpignattara, più vicino al punto in cui avevo comprato casa. Questo secondo studio romano era in un ex casolare di campagna inglobato nel contesto urbano moderno sviluppatosi negli anni ’60 e ’70: uno stranissimo “intarsio” di un tempo che fu circondato dai palazzoni della speculazione edilizia. Tu dovresti aver notato quell’edificio quando sei venuta a trovarmi l’altro giorno; è ancora pressoché identico a quando ci abitavo io. Non ci si stava male: c’era e c’è tutt’oggi un cortiletto alberato tutt’intorno al casolare che proteggeva dal caos urbano, per cui questo edificio dalla forma stravagante mi forniva un senso di protezione piuttosto tranquillizzante. Gli spazi interni erano ampi, su tre livelli, quindi era possibile viverci e lavorarci. In cima al casolare io e Andrea innalzammo la piccola bandierina gialla, su un’asta posta al centro del tetto di tegole in modo molto simile allo studio cagliaritano di viale S. Avendrace. Fu un’impresa non facile e piuttosto pericolosa, tra l’altro: quelle vecchie tegole erano scivolose e c’era il rischio di cadere di sotto. Alla fine riuscimmo a fissare l’asta proprio al centro del tetto tramite un sistema di cavetti che ne garantivano la stabilità nelle intemperie romane.

Enrico Corte
The artist's fifth studio, Rome, 1991.
Enrico Corte
The artist's fifth studio, Rome, 1991.

PS – Quanto restasti in questo casolare dalla bandierina gialla?

EC – Poco meno di un anno, ma in realtà ci ho abitato e lavorato solo a intervalli di tempo. Non appena furono terminati i lavori di ristrutturazione della nuova casa-studio, mi ci trasferii subito. La nuova casa-studio sta proprio a breve distanza dal casolare, e se saliamo sul suo terrazzo lo possiamo vedere molto bene; ovviamente andandocene abbiamo portato via dal casolare la bandiera gialla.

PS – Descrivi un po’ la nuova casa-studio per chi ci legge o per chi non c’è mai stato.

EC – Cercavo una costruzione di metratura molto ampia in cui vivere e lavorare con Andrea. La zona in cui l’ho trovata si chiama “la Certosa”, dal nome di un’antica villa che non esiste più.  All’interno della casa-studio lo spazio è suddiviso in zona abitativa e zona lavorativa, ma in realtà facciamo un uso piuttosto fluido di questa bipartizione. L’intera costruzione è isolata dal contesto residenziale perché non confina con altre abitazioni. Su due lati di questa costruzione c’è la strada privata; sul retro c’è un cortile disabitato, e sull’altro lato ancora c’è una zona demaniale su cui è cresciuto un “boschetto” di vegetazione selvatica che nasconde i palazzoni del quartiere. La casa è collocata su una collinetta quindi si trova in una posizione sopraelevata, arieggiata e soleggiata e non “schiacciata” dagli edifici della zona. All’interno, protetto da un muro di cinta, ho anche un giardino alberato che è un ulteriore spazio lavorativo del tutto isolato e protetto alla vista da parte di estranei: un giardino nascosto in cui sono stati girati film, video, e naturalmente create opere d’arte en plein air. Poi c’è una cantina molto caratteristica, col soffitto a volta di botte, tutta in mattoni di cotto come quelli di un tempo, e su un lato della casa si può vedere questa strana “torretta” che si alza aldi sopra del blocco abitativo e che è un ulteriore vano che andrebbe bene come stanza personale di un eremita.

PS – Però ancora non hai completato tutti i lavori di ristrutturazione.

EC – Al momento dell’acquisto non avevo i fondi sufficienti per restaurare completamente l’edificio, quindi ho ristrutturato solo l’interno mentre i lati esterni sono rimasti in stato di abbandono, come erano in origine. Solo ora, dopo quasi otto anni, posso permettermi di iniziare una ristrutturazione delle pareti esterne della casa, ma non so nemmeno se ne valga la pena: perché trasformare questa strana struttura misteriosa e imperscrutabile della vecchia Roma in un villino fighetto moderno? Adesso la cosa interessante è proprio che dall’esterno non diresti mai che questo posto è abitato: è un enigma, un puro nucleo di mistero. Anzi, meglio ancora: è un posto losco.

PS – Però questo posto losco, come tu dici, viene ingentilito da un piccolo dettaglio…

EC – C’è la bandierina gialla che svetta sul terrazzo. E questa volta serve veramente come segnale visivo per i galleristi, critici e collezionisti che vengono in studio. Credo che pochi di loro si avventurerebbero fin laggiù se non ci fosse almeno questo segnale a dar loro un minimo di speranza.

Enrico Corte
The artist's sixth studio, Rome, circa 1992.
Enrico Corte
The artist's sixth studio, Rome, circa 1995.
Enrico Corte
The artist's sixth studio: the inner courtyard with the "turret", Rome, mid-1990s

PS – Di recente hai passato un periodo a New York. Avevi un bello studio anche lì?

EC – Ho preso un piccolo studio a Manhattan, al 229 di Sullivan street. Tutta un’altra storia rispetto alla casa-studio di Roma; Sullivan St. è caotica a ogni ora del giorno e della notte ma la cosa positiva del mio appartamento è che posso farci tutto il casino che voglio perché non ci sono vicini: al piano di sopra ci sono spazi per uffici in vendita, e l’appartamento a fianco è disabitato. Al numero civico successivo c’è un bar-rivendita di liquori che è già una fonte di rumore non indifferente, quindi in studio posso organizzare feste notturne e addirittura mettermi a suonare il sassofono senza che nessuno sia disturbato.

PS – A volte il rumore urbano può essere anche un segnale di vita, della pulsazione e del fermento creativo di una grande metropoli.

EC – C’è un video che ho realizzato sulle scale antincendio del mio studio, che danno proprio su Sullivan street. In questo video ho in mano uno strumento tubolare metallico che, se percosso, produce un suono penetrante e modulabile. All’inizio cercavo un oggetto tipo un diapason, come quelli che vengono usati per accordare gli strumenti, ma una volta entrato in un negozio musicale ho notato quello strano coso oblungo nero e fallico di cui il negoziante mi ha detto il nome, ma che adesso non ricordo, e mi sono innamorato del suo suono. Nel video sono appunto sulla fire escape mentre suono lo strumento cercando di “dare il La” al rumore metropolitano che mi circonda. Questo può essere una conferma di ciò che dici sul rumore urbano di New York: può diventare vitale, gioioso e stimolante se in qualche modo riesci ad accordartici.

PS – E la bandierina gialla ti ha seguito fino a New York?

EC – Ormai è diventata un segno scaramantico. Nel video la si vede sventolare sulla scala antincendio con l’Empire State Building sullo sfondo e il suono dello strumento fallico come soundtrack.

Enrico Corte
The artist's seventh studio, 229 Sullivan St., New York City, 1999.

 PS – Vorrei capire se la bandierina gialla è rimasta sempre la stessa nel corso di vent’anni, o se ne hai cambiato un certo numero.

EC – Ad ogni cambio di studio, cambio anche la bandiera. Ciò si rende necessario dal fatto che col passare del tempo il tessuto esposto alle intemperie invernali o al sole cocente estivo si deteriora visibilmente. La prima cosa a svanire è proprio il colore giallo. Ma ognuna delle bandierine utilizzate per segnalare al pubblico i miei vari studi in tre città diverse è stata conservata.  

PS – Per cui l’intera serie di bandierine, anche se deteriorate a vari livelli, potrebbe essere esposta come un’opera d’arte concettuale.          

EC – L’intera serie di bandierine, che crescerà nel tempo se avrò occasione di cambiare altri studi, nasconde un segreto.

PS – Ah sì? E di che segreto si tratta?

EC – Ogni bandierina contiene un disegno che io ho realizzato usando la vernice trasparente del tipo per barche in modo che penetrasse nelle fibre del tessuto ma il cui tratto non fosse percepibile all’occhio, soprattutto a distanza. Da lontano si vedeva solo il colore giallo uniforme. Col passare del tempo, mentre il colore della bandiera andava svanendo, le parti di tessuto su cui era stata stesa la vernice trasparente trattenevano il giallo originale, e il disegno andava via via emergendo per sottrazione di colore circostante. Quindi più la bandierina invecchiava più era possibile percepire il disegno fatto con la vernice trasparente.

PS – Bellissimo! Come dire: maturando emerge l’esperienza. Ma cosa rappresentavano i vari disegni?

EC – Ognuno dei disegni sulle bandierine voleva rappresentare un unico concetto: raffigurare ciò a cui in quel momento aspiravo maggiormente, l’obbiettivo che mi sembrava più importante nel momento in cui andavo a prendere possesso di un determinato studio, con tutti i cambiamenti di stile di vita che tali spostamenti nel tempo e nello spazio comportavano.

PS – E ciò a cui aspiravi cambiava sempre di volta in volta, immagino. Altrimenti avremmo una serie di disegni tutti più o meno uguali sulle bandierine.

EC – Sì, cambiava sempre. Tutto è sempre in movimento, proprio come una bandiera al vento. Quale metafora, semplice e diretta, può essere migliore di questa?

Enrico Corte
Epilogue: the artist's 8th studio in the countryside of Romagna, 2009 onward. The yellow flag's still on top of the building.
Enrico Corte
The artist's studio in the countryside of Romagna, Italy, 2009 onward.
Enrico Corte
The artist's studio in the countryside of Romagna, Italy, 2009 onward.

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